do not cross_fondazione wanted“Chi compra o detiene opere d’arte di provenienza illecita,
distrugge la memoria” 

 

C’è chi non ha alcun rispetto per i beni culturali. In tanti, purtroppo. Le aree archeologiche italiane e siciliane sono, troppo spesso, lasciate in una condizione d’incuria e di abbandono e in balia di saccheggiatori di ogni risma. Sì, è vero, in quelle più note, laddove si paga un biglietto d’ingresso, vengono garantiti servizi di guardiania e pulizia, ma questo non può e non deve bastare perché si possa parlare di reale tutela del patrimonio archeologico e monumentale. L’Italia è la nazione al mondo in cui c’è la più grande concentrazione di opere d’arte. Basterebbe questa annotazione, per far comprendere come la tutela che a queste si deve riservare debba essere oltremodo speciale. E invece, nel nostro Paese, forse per troppa assuefazione, regna un senso di sufficienza verso questo immenso patrimonio culturale, che è ovviamente materiale, ma anche e soprattutto immateriale, perché rivela il genio artistico e monumentale di millenni di storia e di tradizioni, che si sono sovrapposte e susseguite, fino ai nostri giorni.

I beni archeologici della Sicilia, poi, sono un vero e proprio gioiello, ma anche in questo caso, sembra che a pochi interessino. Agrigento, Piazza Armerina, Selinunte, Siracusa, Segesta, Enna, sono solamente alcune delle zone dove si concentrano i nostri gioielli, quelle più conosciute perché interessate da un maggiore flusso turistico rispetto ad altri siti meno “battuti” dai tour operator, ma pur sempre suggestivi e meritevoli di attenzione e di protezione. Oltre a queste ce ne sono tantissime sconosciute ai più, ma non ai ladri di reperti. Per inciso, anche nei siti più noti si registra comunque una sciatteria che non ci dovrebbe essere. Non in una terra, come la Sicilia, cuore di tradizioni millenarie, che da sole dovrebbero costituire il principale biglietto da visita dell’Isola. Le critiche non sono rivolte verso chi in questi luoghi lavora onestamente, ma soprattutto verso la carenza di politiche di gestione e valorizzazione. Senza far polemica, si potrebbe dire che in certi casi, dall’alto, l’attività gestionale sia stata fino ad ora limitata all’ordinarietà, mentre, al contrario, a nostro parere questi tesori meriterebbero un’attenzione straordinaria e conseguenti azioni, volte ad esaltarne le molteplici funzioni: culturale, turistica, storica, paesaggistico – ambientale. Gestione dei luoghi d’interesse turistico a parte, un impegno differente a tutti i livelli servirebbe anche a scongiurare e scoraggiare la penosa e inarrestabile pratica del trafugamento di opere d’arte, che purtroppo è una triste realtà dura a morire, nonostante l’impegno profuso in questi anni in tema di prevenzione e repressione del fenomeno da parte delle forze dell’ordine.

Un modo per guardare a questi beni con maggiore rispetto ci sarebbe: avete presente il luogo in cui avviene un crimine? Quando viene compiuto un delitto contro qualcuno, gli investigatori si affrettano ad isolare l’area interessata e marcare con un nastro la scena del crimine stesso. In questo modo, la zona viene preservata da curiosi e da chi, anche involontariamente, può pregiudicare le prove attraverso impronte digitali o altri interventi umani. Lo si vede spesso nei film americani e anche nelle fiction di casa nostra che trattano di fatti di sangue più o meno gravi. Ebbene, credo che il trafugamento di beni archeologici e opere d’arte in generale non sia meno grave di un omicidio ai danni di una persona. In questo caso, infatti, il delitto si commette nei confronti di una moltitudine di persone, una comunità intera o, peggio, verso l’umanità. Rubare nei siti archeologici è gravissimo e meriterebbe maggiore attenzione da parte di tutti. E allora, perché non trattare i siti d’interesse archeologico come se fossero delle scene di un crimine, dando, cioè ad essi, quella cura che merita un luogo in cui nulla deve essere toccato? Un luogo, cioè, nel quale ogni cosa deve restare al suo posto, perché altrimenti se ne potrebbe pregiudicare l’essenza stessa.

I tombaroli che portano via opere d’arte di varia fattura dai siti archeologici compromettono gravemente l’ambiente in cui agiscono, perché intervengono sui luoghi, a volte irrimediabilmente, e feriscono la memoria storia alla quale questi sono intimamente legati. Gli studiosi, infatti, sanno bene che i reperti non devono essere decontestualizzati rispetto all’ambiente di provenienza, perché la loro esatta collocazione è di importanza fondamentale dal punto di vista culturale e storico. Per i siti non ancora sottoposti a scavi adeguati, non catalogati e quindi per conseguenza non ancora inseriti in rotte turistiche, il principio della intoccabilità diviene assolutamente necessario, perché il passaggio dei curiosi, dei visitatori, potrebbe comprometterne gli studi da parte di chi sa come valutarli e tutelarli. In tal caso, il fondamento che, al pari della scena del delitto, nulla debba essere toccato per non inquinarlo e comprometterlo, diviene essenziale. È facile, infatti, che pochi ladruncoli possano, a causa del loro passaggio, violentare un luogo di rara bellezza, trafugando i suoi gioielli artistici e depauperando, in questo modo, un tesoro materiale e immateriale.

Acquistare piccoli o grandi souvenir anche sulle bancarelle, poi, non è meno grave, perché contribuisce ad alimentare un mercato illegale che è duro a morire, ma la gravità di questo gesto è anche un’offesa verso i luoghi da cui è stata sottratta l’opera d’arte trafugata. Trattare le aree archeologiche con i guanti bianchi – è proprio il caso di dirlo – è la garanzia che queste restino immacolate e non devastate dalla furia omicida di pochi, ma dannosissimi, individui. Preservarle dall’incuria e dal degrado, dunque, proprio come fossero scene di un crimine, è l’occasione perché possano essere catalogate e consegnate alla cultura universale quale patrimonio intangibile dell’umanità.